Fred Buscaglione

 

«Sono un vero sognatore
musicista un po’ pittore
strimpellando sopra i tasti
molto spesso salto i pasti»

(Leo Chiosso – Fantastica)

Il  23 novembre 1921 nasce a Torino Ferdinando Buscaglione.

Nato a Torino da una famiglia originaria di Graglia, un paesino in provincia di Biella, amava le musica sin da bambino. Era un bambino vivace e solare ed il suo ricordo è vivo tra i vicini intervistati dai cronisti. Mostrò sin da piccolo una grande passione per la musica.
A undici anni fu ammesso al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino che però abbandonò dopo tre anni di frequentazione un po’ per la scarsa simpatia rispetto alla musica classica e un po’ perché le non floride condizioni economiche della sua famiglia (il padre era pittore edile, la madre portinaia e occasionalmente insegnante di pianoforte) lo costrinsero a cercare lavoro prima in piccoli impieghi da fattorino e poi da apprendista odontotecnico.
Era ancora adolescente, quando iniziò ad esibirsi nei locali notturni della città come cantante jazz: come polistrumentista era in grado anche di suonare diversi strumenti, dal contrabbasso (il merluzzo, così lo chiamava), al violino, al pianoforte, alla tromba. Un giorno, durante una sua esibizione al Gran Caffè Ligure, viene notato da uno studente di giurisprudenza appassionato lettore di libri gialli di nome Leo Chiosso. Nasce così un sodalizio artistico che durerà fino alla prematura scomparsa di Fred.

Leo Chiosso, Fred Buscaglione, Gino Latilla 1958

Durante la seconda guerra mondiale viene richiamato sotto le armi e distaccato in Sardegna, dove si mette in luce organizzando spettacoli per le truppe. Viene fatto prigioniero dagli Americani, ma qualche militare statunitense nota il suo talento musicale e lo fa entrare nell’orchestra della radio alleata di Cagliari. Questo gli permise di continuare a fare musica e di sperimentare le nuove sonorità e i nuovi ritmi che venivano dagli Stati Uniti.
Dopo la fine della guerra Buscaglione rientrò a Torino e ricominciò a suonare, prima in orchestre di altri, poi fondando un proprio gruppo, gli Asternovas.

Fred e gli Asternovas

Inizia quindi una vita randagia fatta di spettacoli in locali notturni di varie città d’Europa, talvolta anche di infimo ordine.
A Torino dal 1946 Fred aveva ricominciato a frequentare assiduamente l’amico Leo Chiosso, con il quale inizia a comporre canzoni. Il rapporto tra i due è praticamente simbiotico, al punto che si trasferiscono nello stesso palazzo, in due appartamenti dirimpetto l’uno all’altro. Trascorrono giorni e notti intere insieme a chiacchierare a scambiarsi idee, battute e frasi musicali che Leo annota e Fred accenna sulla tastiera del pianoforte.
Molto spesso sono canzoni un po’ strampalate, che parlano con ironia di “bulli e pupe”, di New York e di Chicago, di duri spietati con i nemici, ma sempre in balia delle donne e dell’alcool.
Nascono così le canzoni che lo faranno conoscere in tutta Italia, molte delle quali eseguite dal vivo in concerto e registrate su disco, alcune in coppia con la moglie Fatima: Che bambola, Teresa non sparare, Eri piccola così, Love in Portofino, Porfirio Villarosa (ispirata alla figura del celebre playboy Porfirio Rubirosa), Whisky facile.
Fred si calò nel personaggio, facendosi crescere un paio di baffetti e presentandosi in scena in doppiopetto gessato e cappello a larghe falde, ispirandosi a Clark Gable e ai gangster americani come apparivano nei racconti “hard-boiled” di scrittori come Damon Runyon, uno degli autori preferiti da Chiosso.
La sua discografia, nonostante la brevità della sua carriera è numerosa. Nel 1956 incise numerosissime canzoni e in quello stesso anno escono i suoi primi 33 giri. Eppure non fu facile per lui trovare una casa discografica che accettasse di incidere quelle canzoni così trasgressive e inconsuete per l’epoca. Le sue prime incisioni risalgono al 1952, alcuni pezzi standard del repertorio jazz per l’etichetta “La Voce del Padrone” (oggi pressoché introvabili), ma nessuno si sentiva di dargli l’opportunità di incidere le “sue” canzoni.
Un aiuto decisivo arrivò dall’amico Gino Latilla, che aveva ottenuto un discreto successo con la canzone Tchumbala-bey scritta dal duo Chiosso-Buscaglione. Egli insistette tanto con il direttore della sua casa discografica, la Cetra, affinché lui gli lasciasse incidere le sue canzoni, al punto da anticipare di tasca sua le spese, e così nel 1955 vide la luce il primo singolo: un 78 giri che contiene due canzoni: Che bambola/Giacomino. L’idea piacque al pubblico e il singolo vendette circa 980.000 copie in assenza di qualsiasi battage pubblicitario, e così Buscaglione incoraggiato da questo inaspettato successo decise di incidere tante altre canzoni, e sempre grazie all’appoggio di Latilla partecipò ad alcune trasmissioni radiofoniche, che contribuirono notevolmente alla sua nascente popolarità.

Fred e Fatima


IL MATRIMONIO:
Nel 1949 a Lugano in un cabaret conosce un’artista maghrebina, Fatima Ben Embarek, meglio conosciuta con il nome d’arte di Fatima Robin’s, che si esibisce nello stesso locale come acrobata e contorsionista insieme al padre e alla sorella. Fred inizia a farle una corte serrata ma deve fare i conti con l’ostilità del padre della ragazza, e finisce per organizzare con lei una romantica fuga in una notte di neve, su una slitta trainata da un cavallo. I due si sposeranno nel 1953 in chiesa, dopo la conversione di lei al cattolicesimo, e lei inizierà con il marito una nuova carriera come cantante. Il loro rapporto sarà tenero ma a volte burrascoso, costellato di liti e riappacificazioni puntualmente scandite sulle pagine dei rotocalchi. Quasi sempre è la gelosia di Fatima a far scoccare la scintilla dell’ennesimo litigio. La coppia si separerà definitivamente nell’ottobre del 1959. Ma nel gennaio del 1960 i due si rivedono a Firenze, a causa di impegni artistici concomitanti (lui al “River Club”, lei allo “Chez Moi”), e Buscaglione si trattiene in città anche dopo la fine delle sue serate fiorentine. Girano voci di una riconciliazione tra i coniugi, alimentata dal fatto che Buscaglione promette di tornare nel capoluogo toscano per nuove esibizioni a febbraio, ma il destino non gliene darà il tempo.

IL SUCCESSO:
Alla fine degli anni cinquanta, Fred Buscaglione era uno degli uomini di spettacolo più richiesti, e non solo come cantante. Egli è dappertutto: nelle pubblicità, alla televisione e nei film, prima con brevi apparizioni canore, poi in ruoli autonomi incarnando quasi sempre la figura del simpatico spaccone.
La sua attività si fa sempre più frenetica: gira due o tre film contemporaneamente il mattino, registra spettacoli televisivi nel pomeriggio, incide dischi la sera e canta nei night la notte, spostandosi a bordo di una vistosa auto americana, una Ford Thunderbird rosa che lui chiama “Criminalmente bella“, come una delle sue canzoni. Ma il successo ha per lui anche conseguenze sgradevoli, dal momento che la moglie Fatima, forse gelosa del suo successo e dei pettegolezzi apparsi sui rotocalchi che lo dipingono come un conquistatore di belle donne, e che gli attribuiscono flirt con le attrici con cui recita (soprattutto Scilla Gabel e Anita Ekberg), finisce col separarsi da lui, che si trasferisce all’Hotel Rivoli di Roma.
Forse stanco del suo personaggio di “duro”, sul finire degli anni cinquanta Fred inizia a incidere canzoni melodiche talvolta scritte anche da altri autori come: Guarda che luna, Love in Portofino, Non partir (di Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi) e Al chiar di luna porto fortuna (scritta da Carlo Alberto Rossi).
Tre settimane prima della morte, in un’intervista al quotidiano Stampa Sera esprime l’intenzione di ritirarsi nel giro di due anni, affermando: “Prima che la gente mi volti le spalle, Fred il duro sparirà, ed io tornerò ad essere solo Ferdinando Buscaglione”.

Roma, via Salaria. Ore 6,15 del 3 febbraio 1960. La Ford Thunderbird di Fred Buscaglione dopo il fatale incidente


LA TRAGICA MORTE:
L’incidente mortale Buscaglione morì improvvisamente all’alba del 3 febbraio 1960 a 38 anni, in un incidente d’auto, mentre tornava al suo albergo dopo aver trascorso la notte esibendosi in un night della Capitale. La sua Ford Thunderbird color rosa, giunta all’incrocio fra via Paisiello e viale Rossini nel quartiere romano dei Parioli, si scontrò con un camion Lancia carico di porfido guidato dal ventiquattrenne Bruno Ferretti, che tentò di soccorrerlo insieme a un metronotte e a un passante. Fermarono un autobus dove caricarono il cantante, che giunse però troppo tardi all’ospedale.Fred Buscaglione 1959
Ai suoi funerali, svoltisi a Torino il successivo 5 febbraio, parteciparono decine di migliaia di persone, tra cui molte celebrità della musica e dello spettacolo ma anche tantissimi suoi ammiratori che vollero rendergli l’estremo saluto.

 

 

Discografia

Articolo tratto da  http://www.fredbuscaglione.altervista.org/

 

BarberShop: il cilindro.

Già  da un po’ di tempo abbiamo visto molti negozi di barbiere diventare oggetto di rivisitazione da parte dei proprietari che hanno provveduto a  cambiare il loro arredo in stile retrò.

E cosi dopo  il moltiplicarsi di barbe ritorna anche la moda di farsela curare  in un barbershop vintage.

 

Non è quindi  infrequente, nelle grandi città, vedere uno di quei cilindri rotanti di colore blu, bianco e rosso fuori dei negozi dei barbieri.

Li avete mai visti?

Probabilmente si.   E  allora vi siete mai chiesti perché  ci sono proprio questi cilindri fuori dai negozi dei barbieri? Certo da noi in Italia non sono molto comuni come negli USA o in Inghilterra dove poco tempo fa alcuni magazine inglesi  hanno pubblicato articoli sul perchè i pali dei barbieri rossi, bianchi e blu.

(AP Photo/The Pioneer Press, John Autey)

La storia di queste insegne dei barbieri viene tramandata a noi fin dal Medioevo.  

Molti barbieri all’epoca si occupavano oltre che di taglio di barbe e capelli anche di chirurgia.

Infatti molti di loro di occupavano di fare salassi, una pratica diffusa nell’antichità fino alla fine del diciannovesimo secolo, che consisteva nel prelevare considerevoli quantità di sangue da un paziente al fine di ridurre l’apporto di sangue nelle arterie di quest’ultimo.

In sostanza, fino alla nascita della chirurgia moderna, i barbieri erano considerati anche un po’ dei medici-chirurghi perché dovevano essere in grado di tagliare i capelli e di fare salassi, curare piccole feriteestrarre denti.

Ma veniamo al punto: cosa centrava il cilindro con tutto questo? Serviva proprio  a segnalare i servizi da “chirurgo” che il barbiere metteva a disposizione, e in particolar modo la pratica del salasso: il cilindro simboleggiava la staffa che i pazienti dovevano tenere in mano per rendere visibili i vasi sanguigni, il rosso richiamava il colore del sangue, il blu quello delle vene.

Sigfrido’s Barber Shop – NYC

Ovviamente oggi il cilindro dei barbieri rimane semplicemente un simbolo. La rotazione è stata introdotta solo nel secolo scorso, ed è una affare maledettamente serio, specialmente per gli americani, i quali hanno dei veri e propri ispettori per verificare che chi mette la speciale insegna sia effettivamente un barbiere.

La Scienza Vintage : Marie Curie

Il 7 novembre ricorrono i 150 anni dalla nascita di Marie Curie all’anagrafe  Maria Skłodowska, (Varsavia, 7 novembre 1867 – Passy, 4 luglio 1934), la celebre scienziata vincitrice di ben 2 Nobel per la fisica e la chimica.

Marie Curie fu la prima docente femmina a insegnare alla prestigiosa Università Sorbona di Parigi, con una cattedra in fisica generale; fu la prima, insiema a Pierre Curie (suo marito) a scoprire l’esistenza di due elementi, il radio e il polonio. Inventa la parola «radioattività»: l’unità di misura che rileva la radioattività degli elementi porta il suo nome (il curie, appunto).

Infatti, non a caso che la Giornata Mondiale della Fisica Medica sia celebrata in tutto il mondo il 7 novembre in suo onore.

 

Anche la scienza è vintage.  (da Il Post)

Il CERN di Ginevra ha pubblicato un’enorme quantità di fotografie d’archivio, e cerca aiuto su internet per ricostruire didascalie e informazioni su quello che mostrano

 

clicca sulla foto per vedere l’articolo completo e la gallery su Il Post

Wanda Jackson Queen of Rockabilly

“Some people like to rock… some people like to roll… but movin’ and a groovin’ gonna satisfy my soul. Let’s have a party!”

Happiest of birthdays to the amazing miss Wanda Jackson… our Queen of Rockabilly, First Lady of Rock’n’Roll and the most rockin’ great grandma around. Wanda will be shimmying and shaking to a sold out crowd tonight at the Cadillac Lounge in Toronto for her 80th birthday! Tickets still available for tomorrow night’s show! Here’s to 80 more, Queenie! 

Mondo cane – Mike Patton

Pochi giorni fa, riguardando la mia libreria dove tengo i cd, mi cade l’occhio su un disco del 2010.Lo metto subito nel lettore come se d’incanto fosse qualcosa di nuovo, di mai ascoltato.   Subito alla prima traccia trovo una versione de “Il cielo in una stanza” straniante e molto riuscita.

Poi arriva “Che notte!” del grandissimo Fred Buscaglione e “20 km al giorno” di Nicola Arigliano” che trasformano Mike Patton in un abilissimo crooner.

Già, Mike Patton, quello famoso per essere stato il leader dei Mr. Bungle, dei Faith No More e dei Fantômas, oltre ad aver collaborato con John Zorn e Marc Ribot per progetti sperimentali come Pranzo oltranzista, l’affresco musicale dedicato a Filippo Tommaso Marinetti e alla sua cucina futurista.

Faith No More

Mike Patton

Ma ritornando al nostro album, MONDO CANE è nato grazie a una collaborazione artistica con Roy Paci ed è uscito il 4 maggio 2010, a conclusione di circa due anni di tour con le canzoni del progetto e contiene, come avete già capito, cover di canzoni italiane degli anni ’50 e ’60. All’album partecipa l’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, formata da circa 65 elementi, diretta da Aldo Sisillo. I musicisti che hanno suonato sull’album sono tutti italiani.

Patton aveva ascoltato queste canzoni mentre viveva a Bologna. Il cantante aveva adottato la città come seconda casa dopo aver sposato l’artista italiana Titi Zuccatosta ed inoltre aveva imparato a parlare un fluente italiano come dimostra la pronuncia sfoggiata nel disco.

Ad esempio “Scalinatella” di Murolo, è cantata in napoletano, ed ha richiesto a Patton di imparare le inflessioni e le pronunce corrette in quel dialetto. Fortunatamente il direttore dell’orchestra era nativo di Napoli e spesso lo correggeva fino a quando non è stato in grado di eseguirlo correttamente. Descrivendo questa collaborazione, Patton ha detto: “avevo molte grandi persone intorno a me, e non sarei stato in grado di fare nessuna di queste merde senza di loro”

Mondo cane è forse la definitiva esplosione di un fenomeno musicale che stava prendendo forma in Italia, un fenomeno che rielaborava vecchi brani melodici che solo in Italia sappiamo fare così bene.

Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini

Chiudiamo con la selezione di “Mondo cane” descritta da Rockol:

Si va da grandi classici come “Il cielo in una stanza” e “Senza fine” di Gino Paoli a piccole perle da crooner ironico (“Che notte!” di Fred Buscaglione e “20 km al giorno” di Nicola Arigliano), da classici della canzone napoletana (“Scalinatella” di Bonagura-Cioffi) a successi “minori” come “L’uomo che non sapeva amare” di Nico Fidenco. “Ore d’amore”, in effetti, non è una canzone italiana: è la versione, con testo italiano di Franco Migliacci, di “The world we knew” di Frank Sinatra, che è stata incisa da Fred Bongusto nel 1968. Le riscoperte curiose sono curiose davvero: “Ti offro da bere” è una canzone di Gianni Meccia che Gianni Morandi aveva incluso nel suo secondo album, “Ritratto di Gianni”, nel 1964; “Quello che conta” è una canzone con testo del regista Luciano Salce su musica di Ennio Morricone, che Luigi Tenco cantava nella colonna sonora del film “La cuccagna” (1962) del quale era anche interprete; “L’urlo negro” (1967) è un beat quasi punk dei Blackmen, gruppo italiano (romagnolo, per la precisione) del quale non si ricordano altri episodi degni di nota; mentre “Deep down”, di Ennio Morricone, è una canzone tratta dalla colonna sonora di “Diabolik”, mitico film di Mario Bava del 1968 (dove era cantata da Christy – di cognome Brancucci, assai più nota per aver cantato “Amore amore amore amore” di Sordi-Piccioni, nella colonna sonora del film “Fumo di Londra”).

 

Hollywood

Oggi 13 luglio ricorre il 90° anniversario (almeno sempre in questa data viene festeggiata la ricorrenza) dell’inaugurazione della famosa scritta “HOLLYWOOD” che campeggia sul Monte Lee a Los Angeles. Contrariamente a quanto si possa pensare la “Hollywood Sign”,  divenuta successivamente un simbolo della città e dell’industria del cinema, era stata ideata a scopi promozionali da una società immobiliare che pubblicizzava i nuovi quartieri in costruzione.

La scritta che era in origine Hollywoodland, fu illuminata da oltre 4000 lampadine colorate.

L’iniziativa promozionale è destinata a essere di durata limitata nel tempo (un anno e mezzo circa) ma con l’ascesa dell’industria cinematografica, essa inizia a diventare il simbolo della città e questo porta alla decisione di non smantellare l’installazione temporanea.

Le lettere, di colore bianco, sono larghe 9 metri e alte 15 metri ciascuna e la scritta nel suo complesso è lunga 110 metri.

Ora due curiosità: La prima riguarda “l’opera” di ignoti che nella notte tra il 31 dicembre 2016 e il 1 gennaio 2017 sostituirono le lettere “o” della famosa scritta con due “e” , formando la parola “weed”, che nello slang ha il significato di marijuana.

La seconda curiosità, ben più tragica riguarda il suicidio nel settembre del 1932, dell’attrice Peg Entwistle, che si arrampicò fino alla cima della lettera H e saltò nel vuoto, uccidendosi. L’attrice aveva 24 anni.

Moda Retrò Tiki

La parola “Tiki” ha origine in Oceania e si ispira alla cultura polinesiana. La cultura Tiki è stata importata dalla Polinesia alle Hawaii e ha avuto il suo periodo di massimo splendore tra gli anni ‘30 e i ‘60.

Questo mood Hawaii influenzò moltissimo gli Stati Uniti in quel periodo tanto che una buona parte della produzione musicale americana era hawaiana. Giusto per dare qualche numero si pensi che aprirono oltre 1200 scuole di ukulele negli Usa.

Fra i simboli più rappresentativi c’era appunto il Tiki, una rappresentazione stilizzata di corpo umano in forma di divinità.

 

Improvvisamente, la puritana società americana fu contagiata dal sogno esotico del paradiso delle Hawaii con le sue infinite notti d’estate, le ragazze che ballavano in gonne di paglia e ragazzi dalla pelle bronzata che effettuano acrobazie con torce di fuoco, le noci di cocco, il profumo delle ghirlande di fiori e le fresche brezze del Pacifico.

UNITED STATES – JULY 13: Water ski champions demonstrating their skills as they ride the wake of the waves without the use of a tow-line, at Cypress Gardens in California, on September 11, 1965. 

 

 

La cultura Tiki, quindi, si è sviluppata in diversi settori culturali americani: la moda sicuramente, ma anche la produzione di musica, danza, cinema e persino decorazione d’interni. E ‘importante per ricordare che ancora oggi è un punto di riferimento per il suo carattere esotico e multiculturale.

 

Fin dalla fine della seconda guerra mondiale negli anni ’40, le camicie hawaiane, i vestiti sarong e i fiori tropicali hanno raggiunto una grande popolarità. Dalla seconda metà degli anni ‘40, nei ‘50 e fino alla prima metà dei ’60 si organizzavano “Tiki parties” feste con bevande tropicali con piccoli ombrellini rosa e l’immancabile Exotic hawaian music. Nelle case private, nei ristoranti e nelle sale da ballo si sono tenuti balli a tema tropicale con musicisti in stile hawaiian lounge music. Per l’occasione le ragazze indossavano abiti tropicali stampati chiamati abiti tiki. Negli USA molte persone furono ispirate dallo stile hawaiano dopo il bombardamento del porto di Pearl Harbour che ha messo sotto i riflettori mondiali questo stile.

 

Gli abiti femminili avevano due forme principali. Gonne a cerchio pieno – vale a dire i vestiti da swing degli anni ’50 e i “pencil dresses”, abiti molto ristretti associati alle Pin up, un modello di ragazza che è molto popolare oggi. L’unica differenza tra gli abiti degli anni ’50 e lo stile hawaiano è il materiale e il colore. 

I tessuti stampati tropicali sono stati utilizzati per fare abiti a forma di cerchio e di matita. 

L’abito in stile sarong è uno stile che è stato realizzato quasi esclusivamente con tessuti tropicali. I colori sono brillanti rosa, verdi e blue tutti adatti per una festa a bordo piscina estiva.

Con la popolarità del revival della moda degli anni ’50 ci sono oggi molte scelte di abbigliamento di riproduzione vintage. 

Se magari decidi  di  venire  al  nostro  festival A Bouche Bée  posso consigliarti di guardare su siti come Etsy per il tuo abbigliamento o altri prodotti a tema 

 

 

  

Per quanto riguarda gli uomini, una camicia hawaiana e un paio di pantaloni kaki sono tutto ciò che serve per un look lounge del 1950.

Se sei un appassionato degli anni ‘50 ’60 tutto quello di cui hai bisogno è un taglio stretto per i pantaloni, con risvolto se indossi i jeans, o una cravatta sottile e un cappello fedora con camicia bianca alla francese. 

Qui su Etsy  molte camice hawaiane da uomo.

Ascolta la hawaiian music

Various Artists – Cafe Hawaii – 50 Original 

Exotica è un album del 1957 di Martin Denny inventore del genere exotica: stile musicale strumentale che combina fra loro lounge, jazz leggero e riferimenti a varie musiche provenienti da più parti del mondo quali quella hawaiana, quella latinoamericana e quella polinesiana.

Sol K. Bright & His Hollywaiians (1934)

 

Burlesque

Il Burlesque è un genere di spettacolo satirico parodistico che nasce nel 1700 e si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento nell’Inghilterra vittoriana.  Un’imitazione fumettistica o grottesca del varietà, con elementi sensuali ed ironici, per divertire le classe più povere.                                                            

Il burlesque implica un’esagerazione ridicola, la derisione di un soggetto serio con una forte componente frivola.                                                                                                                                

Nel XIX secolo il teatro burlesque perde la sua originaria funzione di critica del costume per diventare più leggero, più comico, non più caratterizzato dalla satira sociale.                                                            

È questo il periodo d’oro del burlesque che va dalla fine dell’Ottocento alla prima guerra mondiale, mentre nei successivi anni si trasformerà in uno spettacolo sempre più imperniato di strip-tease ed esibizioni di nudi scenici.                                                                                                                        

Negli anni ’90 del secolo appena trascorso si attesta il cosiddetto “New-burlesque”.                               

La moda vintage insieme al Dark Cabaret sono le cause di questa rinascita.                                           

Vi ricordate come Madonna, Christina Aguilera e Gwen Stefani si facevano le portavoci a livello planetario della nuova moda?                                                                                                                   

Ma le vere reines di questa nuova onda sono Immodesty Blaze, Dirty Martini, Julie Atlas Muz, Pontani Sisters, Catherine D’lish e Dita Von Teese.                                                                                              

Con questa rinascita non si è recuperato l’originale dimensione inglese di satira sociale, ma almeno ha riacquistato quel buon gusto che effetivamente si era perduto agli inizi del ‘900.                                       

Il cinema ha reso omaggio al genere con film blasonati come Burlesque del 2010 con Cher e la Aguilera ma mi sento di consigliare un altro film sempre del 2010 meno conosciuto ma più verace.                      

Si tratta di un film di produzione francese intitolato Tournée e diretto da Mathieu Amalric.                  

La pellicola è una via di mezzo, molto equilibrata tra la fiction e il docufilm ed è riuscitissimo anche grazie al fatto che il regista (in lizza anche al Festival di Cannes per la miglior regia) abbia voluto inserire nel cast alcune delle star del genere come Mimi Le MeauxKitten on the Keys, Evie Lovelle e Roky Roulette, oltre alle già citate Dirty Martini e Julie Atlas Muz che impersonano se stesse.

Ora guarda la gallery

 

 

Contemporary retrò a casa

Non è esagerato dire che a basso costo si può dare alla nostra casa un aspetto degno di un design d’interni vintage che ultimamente sta crescendo in popolarità. Il concetto principale del design d’interni in stile contemporary retrò ruota principalmente intorno al riutilizzo di vecchi oggetti, mobili e materiali.

Essendo un stile fatto di ricordi e nostalgia, tale design d’interni d’epoca è ancora preferito nelle case di oggi. Inoltre lo stile romantico dà quel calore che stempera il freddo stile moderno.

Quindi raccogliere cose vecchie, come un bel piatto per vinili o una vecchia radio Am/Fm ancora perfettamente funzionante, che hanno qualche valore semantico e sentimentale per noi stessi ci fa vedere la nostra personale bellezza di un soggiorno o di un qualunque altro vano. Si perché di solito questa bellezza è vista solo da noi proprietari e diventa preziosa.     I moderni accessori per la casa d’epoca sono per lo più belli e funzionali creati per essere utili e di lunga durata ma che, a volte, risultano essere spersonalizzati.

La personalizzazione è un altro elemento importante e bello che è strettamente legato al design degli interni vintage. Questo elemento può rappresentare il nostro stile di vita.

Quando ho ristrutturato la casa dei miei genitori, ormai oltre 10 anni fa (2006), avevo in mente, di modernizzare, svecchiare le vecchie case a basso costo e con creatività. Ma tutto quello che vedevo in giro, gli interni che mi era capitato di visitare, erano ambienti impersonali, freddi, poco colore, poco calore, poco amore e nostalgia.

Cosi ho cominciato a pensare come fare dello stile moderno un qualcosa di più accogliente degli algidi ambienti che vedevo in quel periodo nelle riviste e nelle abitazioni e nei luoghi in cui avevo lavorato come direttore di cantiere.

Poi ho avuto un’ idea, o meglio un suggerimento (io davvero non ho inventato niente).

Il suggerimento è arrivato guardando gli interni di una scena di un film su Frida Kahlo intitolato appunto “Frida”. In particolare nella scena del tango (link a video). Si intravede un ambiente con pavimento in legno pareti verde menta chiaro con le porte e gli imbotti bianchi, spesso a vetri.  

Allora ho realizzato che volevo un ambiente dove poter ballare il tango e vai con il legno in tutta casa. Ho utilizzato un tavolato flottante in acero sbiancato, ho verniciato le vecchie porte mogano di taglio classico in bianco, i vecchi termosifoni in ghisa dipinti di nero.

 

Poi ho utilizzato lampade moderne e funzionali, porte scorrevoli a vista in cristallo acetato, un divano dalle linee decise di colore grigio e antracite e la famosa poltrona dei coniugi Eames, la luonge chair comprensiva di ottomano, oggetto decisamente retrò.

Sempre nel soggiorno ho costruito un caminetto dalle linee geometriche e semplici con pietre in Basaltina della zona vulcanica intorno al lago di Bolsena lavorate a scalpello e provenienti dalle soglie delle finestre di un’abitazione signorile del 1600

L’idea era quella di valorizzare le pietre a scapito degli inutili arzigogoli, che spesso hanno i caminetti, lasciando intatto però il gusto di stare davanti ad un fuoco in inverno.  Questa miscela tra vecchio e nuovo, ha avuto l’effetto di ottenere un look contemporary retrò.

Ringiovanire vecchie porte o vecchi mobili, come ho fatto in cucina, utilizzando tavole usate in cantiere e vecchi mobili ungheresi con la cornice scrostata, vi aiuterà a risparmiare denaro utilizzando anche elementi raccolti nella vostra vita, completando magari con un moderno piano in accio inox e un pavimento in legno aranciato.

Poi la fortuna di aver ristrutturato un vecchio cinema degli anni ‘40 mi ha dato l’opportunità di riciclare una vecchia fila di sedie da 3 posti in legno con la classica seduta.

                                     

 

 

 

Inoltre, con la vostra creatività e l’utilizzo di vecchie lampade e vecchie diapositive si può realizzare una lampada che da agli ambienti un tocco eclettico.

                                         

 

 

 

 

Quindi dai armiamoci di coraggio e ricicl(aggio), creativo.

 

 

 

La La Land. Ritorna il musical!

Si è vero sono un romanticone e ho sempre amato il musical specialmente il filone anni ’50 e ’60 da cui è fortemente ispirata questa pellicola. Infatti sono molti i riferimenti, gli omaggi e le citazioni ai classici del periodo come Un americano a Parigi, di Vincente Minnelli del 1951,Cantando sotto la pioggia, di Stanley Donen e Gene Kelly (1952), West Side Story di Jerome Robbins e Robert Wise del 1961, e i più recenti Grease di Randal Kleiser del 1978, Boogie Nights di Paul Thomas Anderson del 1997 e Moulin Rouge di Baz Luhrmann (2001).

 

Vincitore di sette Golden Globe e sei statuette agli Oscar (miglior attrice protagonista a Emma Stone, miglior fotografia, miglior scenografia, migliore colonna sonora, migliore canzone originale a City Of Stars) con ben 14 nomination, oltre alla pubblicità offerta dal ben noto episodio della gaffe della premiazione agli Academy Awards, il film è, come abbiamo già detto, un musical, un soggetto contemporary retrò della “city of stars”, quella Hollywood che non esiste più ma che esercita ancora un grande fascino con i colori vividi e brillanti del Cinemascope e del Technicolor e le immagini girate in wide screen che danno più ampiezza alle scene.

La La Land è una storia di amore e musica del regista e sceneggiatore Damien Chazelle, (già autore di un film sulle ossessioni e sul jazz: Wiplash) con Emma Stone e Ryan Gosling che cantano e suonano sulle note della bella colonna sonora di Justin Hurwitz.

É un film sui sogni e sull’impegno per realizzarli. La storia di Mia (Stone), aspirante attrice, e di Sebastian (Gosling), appassionato pianista jazz, è incentrata sulla realtà di ogni artista che spesso vede le proprie aspirazioni venire demolite da una città che macina i sogni da decenni.

I musical sono atemporali, semplici, realistici, sono le emozioni che dettano le canzoni, che non sono introdotte forzatamente”.  Così definisce il genere Chazelle, giustificando la scelta del suo vintage contemporaneo.

Energia a profusione all’inizio del film con la scena di “Traffic” con la bella canzone “Another day of sun” in un orgia di abiti, ballerini e riprese video fluidissime. In un intervista Chazelle spiega il perché di una scena ambientata in un ingorgo su un cavalcavia: A Los Angeles la maggior parte delle auto ospita in genere una o due persone, fa parte di quello che rende la città un po’ solitaria, ma riflette anche il fatto che è un vero paradiso per i sognatori. Cosa fai quando stai in macchina? Ascolti musica e canticchi oppure sogni. Ognuno ha il suo sogno, ognuno canta la sua canzone. Sei nell’universo della tua bolla, quindi quale posto migliore per far incontrare due sognatori come Sebastian e Mia? Abbiamo usato le autoradio per creare un arazzo musicale cui a uno a uno si aggiungono tutti quelli che si trovano in autostrada in quel momento”. 

La sequenza è stata molto complicata e provata per mesi, inoltre i ballerini hanno danzato sulle auto in autostrada con una temperatura di 38 gradi.

Altra bella scena è quella del balletto al Griffith Park con la canzone “Lovely night” girata al Cathy’s Corner al tramonto. Avendo girato tra le 18 e le 19 del pomeriggio, Los Angeles sembra una città irreale per i colori che aveva in quell’unica ora.

Accettabile un lieve calo di attenzione nella seconda parte del film per poi risollevarsi nella parte finale, Epilogue, con la canzone Audition cantata dal vivo sul set da Emma Stone, mentre City of Stars è stata cantata sempre dal vivo da Ryan Gosling sul celebre Hermosa Pier nell’omonima Hermosa Beach.

Il film è gia diventato un cult-movie e lo si comprende dalle tantissime guide che hanno inserito il giro delle location in pacchetti turistici.

Los Angeles è così un’altra protagonista del film con ben 48 location in città. La L.A. del Planetario Oschin (già famoso per Gioventù Bruciata), i già citati Griffith Park e l’Hermosa Pier, lo storico Lighthouse Cafè a Redondo Beach, club dove ancora si ascolta jazz dal 1949, il cinema Rialto e poi le sale d’aspetto per le audizioni, appartamenti coloratissimi come quello di Mia all’interno di un condominio restaurato da poco a Long Beach. E poi gli Studios hollywoodiani, meta continua di turisti, la Caffetteria degli studi Warner Bros e il “You Are the Star”, murales che fa parte degli Hollywood Murals.

Infine una nota sulla preparazione degli attori. Gosling si è dedicato per mesi nello studio del pianoforte e nelle lezioni di danza con buoni risultati. Sono sempre sue le mani sul pianoforte nei primi piani.

La Stone invece è una navigata attrice di Broadway che comunque ha dovuto imparare il tip tap, la danza jazz e da sala.

Guarda il trailer in italiano.