Alfred Jarry Il debitore patafisico

Questo racconto va letto e ascoltato così come è stato pensato per uno spettacolo di teatro-musica.

Tratto da “Ladro di Biciclette” di Antonio Castronuovo

Alfred Jarry è stato poeta, scrittore e drammaturgo francese; una personalità molto singolare della Parigi letteraria alle soglie del ‘900. Incarnava nella sua vita il personaggio di Ubu rendendo la sua stessa vita il palcoscenico di un continuo teatro. Sacha Guitry lo ricorda in questo modo: «Jarry era dotato di una gran destrezza con l’arco e la cerbottana, così come con la pistola. Salito sul tetto della sua casa, si divertiva un giorno a “tirare” sulle mele di una vicina. Lei si mise a gridare: – Fermatevi, ucciderete i miei figli! E lui rispose: – Ve ne farò altri, signora!». Ha portato alla luce la ’Patafisica e anticipato tutte le avanguardie del ‘900.

Merdre! in italiano: merdre!                            

Questa esclamazione fu sputata sul pubblico che il 10 dicembre 1896 assiepava a Parigi il Nuovo Teatro di rue Blanche, per assistere alla prima dell’ Ubu Roi di Alfred Jarry: urla, fischi, scazzottate, ma anche applausi e lancio di fiori.

Tra il pubblico personaggi di spicco: Mallarmé, Paul Léautaud e Julés Renard, che la sera stessa, nel suo diario, scrisse come al grido di <merdre!» qualcuno in sala avesse urlato <<mangre!»  cioè un <mangia!» deformato.    

Ma lo scandalo che la prima battuta produsse nel pubblico stabilì quel successo che dura da più di un secolo.

Vuoi per lo scandalo, vuoi per il clamore mondano, l’opera diede a Jarry una fama inattesa e lo rese immortale.

La critica ne fu entusiasta: cosa succedeva sulla scena? chi la calcava?

un misto di Pulcinella e Gargantua, uno sfogo libero e anarchico, senza limite, una provocazione, un calcio nel sedere vellutato dei commediografi d’accademia.

Ma Ubu non era la sola invenzione di Jarry, lo fu anche il caricaturale Faustroll Patafisico.

 
 

    Il debitore patafisico.

L’ infelice jarry avrà mai avuto un  moment0 di felicità nella sua vita?  Non è dato saperlo, anche se davvero sembra felice in una famosa fotografia del 1898 nella quale é ritratto in sella a una bicicletta sportiva, nel paese di Corbeil, a sud di Parigi, dove trascorse alcuni periodi estivi assieme ad amici.

Nella foto la felicità  é discreta, celata da un volto indifferente, ma è presente, si palpa.   E la causa non sembra tanto il luogo in cui egli si trova quanto la bicicletta che inforca: del valore pari al nuovo di 525 franchi.       Jarry la inforca con delizia per varie ragioni: perché ama la bicicletta in sé, come miracolo meccanico, come oggetto che gli permette di muoversi, ma anche perché gli é costata pochi franchi.

Per lei ha continuato a rinnovare cambiali, con progressivo aumento degli interessi, ma Senza mai saldare il conto.

Una bicicletta che é all’origine della maggiore vertenza giudiziaria della sua vita.

Tutto comincia a Laval, cittadina nativa di Jarry alle porte della Bretagna, e precisamente al numero 12 del viale Jean-Fouquet, dove s’illuminano le ampie vetrine di  “Trochon-velò”, negozio di macchine da cucire e biciclette. Un abbinamento che indica come a quei tempi fosse l ‘analogia meccanica – e non funzionale -ad accostare gli oggetti.     Il negozio é gestito da un buon uomo, il signor Jules Trochon, figura anonima, tranquilla, che non lascia storia e che sembra aver avuto una sola grande sfortuna: incontrare sul suo percorso Jarry.

La storia della bicicletta inizia il 30 novembre 1896, esattamente dieci giorni prima che Ubu Roi vada in scena a Parigi e che Jarry aggredisca il pubblico col famoso <<merdre!».

Quel giorno egli entra da Trochon-Vélo con l’idea precisa di uscirne dotato di una bicicletta bella, anzi bellissima. In quegli anni una comune bicicletta si acquistava con 100 franchi, e invece jarry sceglie la Clémént de luxe, il meglio che il mercato offra: un oggetto dal telaio leggero, con ruote sportive  e manubrio da Corsa, senza parafanghi e luminarie, del costo di 525 franchi.

Entra nel negozio, s’innamora di quel miracolo meccanico e se lo porta sulla strada senza aver pagato nulla. Ha solo firmato alcune cambiali.   Ma non basta: alla bici manca secondo lui quel particolare che la può rendere splendida: i cerchioni in legno.

E così tre mesi dopo, nel febbraio 1897, entra di nuovo da Trochon-Vèlo e si compera due cerchioni in legno del valore di 20 franchi.       Più che comprarseli, se li porta a casa, perché anche questa volta non paga e firma una cambiale.        Sta di fatto che li monta  al posto dei cerchioni originali e rende cosi la “sua”  bicicletta ancor più bella.   

L’eau A La Bouche  SERGE GAINSBOURG
 

Dopo qualche settimana le cambiali scadono,  ma Jarry si guarda bene dal pagarle.       Il povero Trochon si va a lamentare con la propria banca, ma fa buon viso a cattivo gioco e indica, come nuova scadenza dei titoli di credito (nel frattempo appesantiti dalle spese)  il mese di maggio 1897.     

Ma a luglio nulla si é mosso:  Jarry non ha versato nemmeno un franco.

E a questo punto che Trochon si rivolge all’ufficiale giudiziario di Laval, il signor Breux.     l’emissione di nuovi titoli di credito resta senza effetto alcuno, se non quello di scatenare una serie di lettere tra jarry, il negoziante e l’ufficiale giudiziario.

Ma jarry, cervello che inventa una nuova realtà deformando quella vera, non si ferma al  mero debito: in genere inserisce i suoi creditori tra le figure da dileggiare e canzonare.    La sua regola è: prima il danno poi la  beffa.              E dunque, come se fosse lui ad avere ragone in questa storia, trasforma la figura del creditore in quella di un importuno seccatore e ne deforma il nome da  Trochon in Troccon, personaggio che, nelle vesti di un detestato ufficiale giudiziario, appare nel 1898 nelle “Gesta e opinioni del dottor Faustroll patafisico”.       E che la situazione circoli nella mente di Jarry che egli nella finzione narrativa rifletta una costante della propria biografia, é sottolineato, sempre nel Faustroll, dalla scena in cui questi, all’inizio del libro, riceve dalle mani dell’usciere di tribunale  René-Isidore Panmuphle  un’ ingiunzione di pagamento per l’ affitto di casa.        

L’ abitudine a mottegiare i creditori non finisce qui.

Nel 1906 jarry preleva alcune casse di vino dal negozio di Gaston ]obard a Corbeil, per un totale di 43 franchi, senza naturalmente pagare.                 Inizia da lì una gragnuola di lettere che, un anno dopo la fornitura, il povero Jobard lancia verso gli indirizzi di Jarry col tono montante di chi promette di ricorrere alla giustizia, senza mai farlo.

Ma destino vuole che Jobard,  oltre a indicare un cognome francese, significhi anche letteralmente “credulone” o “grullo”.

Il povero commerciante non poteva certo sapere, mentre si arrabattava a scrivere le lettere minatorie, che gia da tempo Jarry andava dicendo in giro di lui: <<Attenderà molto a lungo, come indica il suo nome».

Il 6 novembre 1897 Jarry si piega alla ragione e decide di manifestare la sua buona volontà versando un acconto a Trochon. Peccato che si tratta di un acconto di 5 franchi, meno dell’uno per cento del prezzo che deve.     

Ma la buona volontà  c’é, e l’8 dicembre versa altri 5 franchi.     Inoltre la sorella Carlotta, che vive a Laval a pochi isolati di distanza dal negozio, forse braccata da Trochon ritiene corretto versargli 15 franchi.

E facciamo allora il punto: bicicletta e cerchioni di legno sono usciti dal negozio di Trochon nel novembre 1896 al prezzo di 525 + 20 franchi.      Dopo parecchio tempo sono stati versati 25 franchi. Mancano 520 franchi, che nel frattempo, per interessi e spese, Sono diventati  555. 

      Quando a Parigi scocca il Novecento, secolo carico di aspettativa e di  progresso, Jarry e carico soltanto di debiti, dato che oltre ad alcuni cappotti e agli affitti delle case che occupa, deve anche pagare molte casse di vino. Non si contano infatti i commercianti di vino da lui regolarmente inchiodati, sempre a Laval: c’è  il signor Chéne, vinaio in rue de Bootz, che nel febbraio 1907 deve avere 55 franchi per un centinaio di litri di bianco e altri 55 per una stessa quantità di’ rosso;  c’è il signor Drouet, con bottega in rue de Paris, che reclama nella primavera 1907 il pagamento di franchi 81 per il vino fornito; l’azienda dei Figli Chauveau, in rue Creuse, gli ha consegnato nel maggio 1907 parecchi litri di vino bianco e di sidro, per un totale di 76 franchi e mezzo.  

Notiamo che Jarry molto accortamente, cambia sempre negozio, si porta a casa il vino e costantemente non paga. Ma notiamo anche la quantità di vino che riesce a ingurgitare nei mesi primaverili del 1907.    Forse a Laval aveva trovato davvero il paradiso alcolico: vino in quantità, e tutto gratis.

        

Jarry, deve poi ancora pagare la sua bicicletta.   Nei primi mesi del 1900 gli giungono alcuni avvisi di scadenza, ma lui non risponde e fa finta di nulla.     Poi  il vuoto totale fino al giugno 1907, quando fa capolino un documento: un biglietto nel quale Trochon ha perso la pazienza e chiede di essere pagato non subito ma per il mese di ottobre prossimo venturo.

Davvero una pasta d’uomo, dotato di una pazienza inconsueta.                       Sta di fatto che a ottobre Jarry ha problemi di dura natura;   quelli che il 1 novembre lo spediscono al creatore.

Il povero mercante di biciclette non vedrà più un franco; tenterà di chiedere a Carlotta di consegnargli il maltolto, ma nulla di fatto.    La  bicicletta non sara mai restituita,  e chissa dové finita: sarebbe uno splendido pezzo da collezione. Nel frattempo, per tutti i dieci anni che vanno dal 1897 al 1907, Jarry ha scorrazzato bel bello sulla Clement da corsa su pista, per il modico prezzo di 25 franchi, nemmeno un ventesimo del suo valore. Non la usa per andare su pista, ma la usa eccome.  La bicicletta è per lui il solo mezzo di locomozione, che utilizza sia per compiere lunghi tratti sia per brevi spostamenti.    La inforca sempre: lo fa se deve spostarsi da un punto all’altro di Parigi, lo fa quando va a Corbeil  (circa 40 chilometri a sud della capitale), lo fa quando con gli amici compie lunghi giri nelle campagne, e lo fa anche per andare, nel settembre 1898, al funerale di Mallarmé a Valvins. Anzi, per avvicinarsi alle grandi tombe di quel piccolo cimitero (sulle cui lapidi spiccano oggi i nomi di Mirbeau, Renoir e Rodin) indossa ai piedi un paio di scarpini di cuoio chiaro di cui è orgogliosissimo, una redingote e dei pantaloni piuttosto sudici per la lunga pedalata.     

Ma torniamo alla fotograia del 1898, (immagine all’inizio dell’articolo) che é un documento  ricco  di  particolari.  La  bicicletta è nuova fiammante, col telaio nero e cerchioni di legno chiaro.    Notiamo che’ e senza parafanghi e senza carter della catena, oggetti che la appesantiscono.     Il manubrio è curioso, sembra ricurvo verso il basso, ma si tratta di un primitivo modello di manubrio da corsa.      Quel che però colpisce, é che la bici é senza freni.    La spiegazione é ovvia: non era ancora nata la ruota posteriore slegata dalla rotazione della catena, e dunque ruota e i pedali sono un tutt’uno:  si accelerava pedalando, si rallentava diminuendo la pedalata.

 

La fotografia ci mostra la bicicletta, ma ci mostra anche il vestiario di Jarry che é quello di chi ha assunto un rapporto simbiotico col mezzo.     Non dobbiamo scordare che la bicicletta é per gli uomini di inizio Novecento la macchina che simbolizza l’incipiente modernità,  semmai  nella  sua  qualità  di  oggetto patafisico.     Ma torniamo all’abito: è composto da una corta casacca di colore scuro, sotto la quale sembra esserci un camiciotto o una maglia; il pantalone è alla zuava, stretto alle ginocchia sotto le quali si allungano i calzettoni.  Completano il vestiario del nostro speciale ciclista un paio di scarpine sportive, molto simili a quelle del ciclismo odierno, e un cappellino tondo a tesa stretta. 

E colpisce che alla bella testa coperta dal cappellino faccia riscontro un piedino che sembra troppo corto. Ma dalle testimonianze d’epoca apprendiamo che Jarry calzava il numero 36.

Insomma, jarry è davvero bello e felice.

Lo si è sempre quando si può avere un così bell’oggetto senza sborsare un franco.         Naturale chiedersi se il valore di Jarry in quanto scrittore possa originare anche da quella bicicletta.

La domanda resta ovviamente senza risposta, ma questa storia in un certo modo simbolizza la miscela di moderno e di antico che Jarry seppe realizzare nella propria opera:   moderna era la bicicletta, antica, molto antica l’abitudine di inchiodare i creditori.

 

Il Principe di Saint Germain des Prés

 

Boris Vian (10 marzo 1920, Ville d’Avray (Seine-et-Oise, ora Hauts-de-Seine), Francia – 23 giugno 1959, Paris) è stato uno scrittore francese, un ingegnere della Ecole Centrale, inventore , poeta, musicista compositore, cantante, critico e jazzista (tromba).                                                                                A queste moltitudini talentuose, devono essere aggiunte quelle di scrittore, speaker e traduttore (Anglo American). Ha pubblicato anche sotto lo pseudonimo di Vernon Sullivan, (Sputerò sulle vostre tombe), Bison Ravi, Baron Visi o Brisavion (anagramma del suo nome).  A dodici anni, Boris è una vittima della febbre reumatica, che provoca insufficienza aortica. Questa malattia del cuore condizionerà  le sue opere che ne porteranno  traccia.  Alla fine dei suoi studi ha lavorato come ingegnere presso l’Associazione francese per la standardizzazione (AFNOR)  dal 1942 al 1946, dove si gode il suo momento di libertà di scrivere e suonare musica jazz. Frequenta i caffè di Saint Germain des Pres diventandone l’anima: Café de Flore o il Deux Magots, Tabou sono alcuni dei locali frequentati da  artisti e intellettuali della Rive Gauche: Jean-Paul Sartre (il Jean Sol Partre di La schiuma dei giorni), Raymond Queneau, Simone de Beauvoir, Juliette Greco, Marcel Mouloudji e Miles Davis.

Guarda alcune immagini del Club Tabou

 

 

Il suo romanzo giallo per eccellenza incontrò censure durissime e ancora di più, se possibile, quando si venne a scoprire che dietro lo pseudonimo si celava lui, Boris Vian, il quale in Francia perse ogni simpatia.

“Ho un po’ paura” disse Colin “perché un attimo fa ti è venuta una nota stonata. Fortunatamente rientrava nelle leggi dell’armonia”.“Perché, questo coso rispetta le regole dell’armonia?” “Non in tutti i casi” disse Colin “sarebbe troppo complicato. Ci sono soltanto alcuni vincoli. Dai, finisci di bere e vieni a tavola”.

Il brano riportato sopra appartiene invece al primo capitolo de “La schiuma dei giorni”, il libro più noto di Boris Vian

Appassionato di Jazz, suona la tromba pocket (ribattezzata “trompinette”) al Taboo, esplosivo e stravagante. Henry Rollins ha detto di lui: “Era un amante del jazz, visse solo per il jazz, ascoltato, parlato solo jazz”.

Raymond Queneau

Amico di Raymond Queneau e quindi inserito nella sperimentazione  linguistica dell’Oulipo, Vian fu un fenomeno espressivo fuori del comune. Egli non fu soltanto uno scrittore, non solo scrisse canzoni (molte), ma fu anche un apprezzato jazzista e appartenne alla “Patafisica”.

 

Jazz e Patafisica influirono certamente sulla sua scrittura, che è una scrittura caratterizzata da un flusso di coscienza esasperato, quasi imprendibile. Il brano riportato spiega bene lo scopo comunicativo di Vian: sdoganare le impressioni dell’inconscio e armonizzarle secondo la legge armonica classica. È una questione di riconoscimento del valore del non detto abitualmente, del recupero e del dispiegamento dei motivi di quel valore in potenza. Siamo nel Surrealismo, che il nostro scrittore adopera con grande disinvoltura, a volte troppa, nel senso che Vian si lascia prendere dal ritmo della creazione liberata.

C’è, nella “Schiuma dei giorni” (inutile inseguire la storia), una chiara critica al mondo tradizionale, prigioniero, secondo l’autore, della superficialità, dell’utilitarismo volgare. Dunque, evviva la fantasia, nel cui cuore esiste (esisterebbe) la soluzione del problema della conoscenza: tutto è possibile nel suo nome e tutto deve avere udienza e voce. Vian demolisce, con ingenuità sincera, spontanea, e al tempo stesso sottile, i codici di pensiero e di comportamento che formano il vivere tradizionale.

Alfred Jarry

Del resto, la Patafisica è una pseudo-scienza a favore, indirettamente, della scienza stessa. La Patafisica parla di una scienza aperta, dove ogni spunto può, e anzi deve, essere preso in considerazione, altrimenti sarà lui a farlo. Il fenomeno è una creazione di Alfred Jarry, ma fu per così dire regolato (infatti non vi sono regolamenti abituali) dai suoi amici, dopo la morte, anche qui prematura, del bizzarro personaggio (famoso per l”Ubu roi”), nel 1907 a soli trentaquattro anni distrutto dall’alcool e dall’assenzio.

Boris Vian scrisse anche pezzi teatrali e ovviamente altri romanzi oltre a quello citato, sempre con lo stesso spirito sulfureo e con lo stesso disordine, per come siamo abituati a concepire un’opera, ma probabilmente nessuno con le piroette verbali e la stranezza delle situazioni come ne “La schiuma dei giorni”.

Per campare, il nostro scrittore realizzò anche romanzi gialli, con lo pseudonimo di Vernon Sullivan. In particolare, un “hard boiled” alla Tarantino (il famoso regista cinematografico) intitolato “Sputerò sulle vostre tombe”: violenza e sesso a go-go, un divertissement senza pretese.

Vian si mantenne con le canzoni, riprese poi da molti noti chansonnier: fra gli altri, Yves Montand, Ivano Fossati, Luigi Tenco, Juliette Grèco, Nana Mouskouri. In Europa, egli, per quanto riguarda il jazz, fu il riferimento di Miles Davis, Duke Ellington e, come traduttore, di Raymond Chandler, forse il principe dei giallisti americani. 

 

La singolarità della sua espressione si trova soprattutto nell’ Ecume des jours. Daniel Pennac, l’inventore del personaggio Malaussène raccomanda di leggerlo più volte: vi si scoprirà, dice Pennac, un mondo spietato, perso in una tragica presunzione e in qualche modo salvato dalla surrealtà, dall’abbraccio onirico, dall’abbandono nella finzione di vivere anche l’invivibile. La prosa di Vian appare determinante per quella di Pennac, ma il secondo è decisamente più pessimista e nello stesso tempo non esita a ergersi, si direbbe involontariamente, a moralista.

A dirla tutta, Vian non appare però proprio pessimista: la sua forza sta nel non preoccuparsi minimamente del dilemma annoso che divide il mondo in pessimisti, ottimisti e realisti. Lui si autoproclama possibilista, pur sapendo benissimo che è un autoinganno, ma poi non se ne cura. Sembra divertirsi tanto a smarrirsi nei labirinti creati da un’immaginazione che non conosce limiti. Allora, l’immaginazione monta in cattedra e impartisce lezioni di vita, senza pretendere di possedere maestria. Vale il divertimento nell’inseguire un’idea, una sensazione, un sentimento e pazienza se lo scopo sfugge. Non sfugge il momento in cui tutto ciò avviene come per magia, ed è una magia condivisa senza troppi ragionamenti. La vera sconfitta, secondo Vian, è voler dare un senso a se stessi. Meglio la possibilità di sognare a occhi aperti:   non si vedranno neppure gli orrori, afferma senza preoccuparsi di dirlo.

La mattina del 23 giugno 1959, Boris Vian assiste a la premiere di “Sputerò sulle vostre tombe” il film basato sul suo romanzo. Contrariato dalla gestione della sceneggiatura e del film aveva comunicato l’intenzione di voler  rimuovere il suo nome dai credits.  A pochi minuti dall’inizio del film, è crollato sulla poltroncina del cinema.  Attacco di cuore.  Il Collegio di Patafisica ‘annuncia la morte apparente di “satrapo Trascendente”.

L’ecume des jours  è stato un enorme successo di pubblico postumo nel 1960 e 1970, in particolare durante gli eventi di maggio 68. I giovani della nuova generazione riscoprono Vian, l’eterno adolescente, in cui si ritrovano.

 

 

 

 

 

 

 

Fred Buscaglione

 

«Sono un vero sognatore
musicista un po’ pittore
strimpellando sopra i tasti
molto spesso salto i pasti»

(Leo Chiosso – Fantastica)

Il  23 novembre 1921 nasce a Torino Ferdinando Buscaglione.

Nato a Torino da una famiglia originaria di Graglia, un paesino in provincia di Biella, amava le musica sin da bambino. Era un bambino vivace e solare ed il suo ricordo è vivo tra i vicini intervistati dai cronisti. Mostrò sin da piccolo una grande passione per la musica.
A undici anni fu ammesso al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino che però abbandonò dopo tre anni di frequentazione un po’ per la scarsa simpatia rispetto alla musica classica e un po’ perché le non floride condizioni economiche della sua famiglia (il padre era pittore edile, la madre portinaia e occasionalmente insegnante di pianoforte) lo costrinsero a cercare lavoro prima in piccoli impieghi da fattorino e poi da apprendista odontotecnico.
Era ancora adolescente, quando iniziò ad esibirsi nei locali notturni della città come cantante jazz: come polistrumentista era in grado anche di suonare diversi strumenti, dal contrabbasso (il merluzzo, così lo chiamava), al violino, al pianoforte, alla tromba. Un giorno, durante una sua esibizione al Gran Caffè Ligure, viene notato da uno studente di giurisprudenza appassionato lettore di libri gialli di nome Leo Chiosso. Nasce così un sodalizio artistico che durerà fino alla prematura scomparsa di Fred.

Leo Chiosso, Fred Buscaglione, Gino Latilla 1958

Durante la seconda guerra mondiale viene richiamato sotto le armi e distaccato in Sardegna, dove si mette in luce organizzando spettacoli per le truppe. Viene fatto prigioniero dagli Americani, ma qualche militare statunitense nota il suo talento musicale e lo fa entrare nell’orchestra della radio alleata di Cagliari. Questo gli permise di continuare a fare musica e di sperimentare le nuove sonorità e i nuovi ritmi che venivano dagli Stati Uniti.
Dopo la fine della guerra Buscaglione rientrò a Torino e ricominciò a suonare, prima in orchestre di altri, poi fondando un proprio gruppo, gli Asternovas.

Fred e gli Asternovas

Inizia quindi una vita randagia fatta di spettacoli in locali notturni di varie città d’Europa, talvolta anche di infimo ordine.
A Torino dal 1946 Fred aveva ricominciato a frequentare assiduamente l’amico Leo Chiosso, con il quale inizia a comporre canzoni. Il rapporto tra i due è praticamente simbiotico, al punto che si trasferiscono nello stesso palazzo, in due appartamenti dirimpetto l’uno all’altro. Trascorrono giorni e notti intere insieme a chiacchierare a scambiarsi idee, battute e frasi musicali che Leo annota e Fred accenna sulla tastiera del pianoforte.
Molto spesso sono canzoni un po’ strampalate, che parlano con ironia di “bulli e pupe”, di New York e di Chicago, di duri spietati con i nemici, ma sempre in balia delle donne e dell’alcool.
Nascono così le canzoni che lo faranno conoscere in tutta Italia, molte delle quali eseguite dal vivo in concerto e registrate su disco, alcune in coppia con la moglie Fatima: Che bambola, Teresa non sparare, Eri piccola così, Love in Portofino, Porfirio Villarosa (ispirata alla figura del celebre playboy Porfirio Rubirosa), Whisky facile.
Fred si calò nel personaggio, facendosi crescere un paio di baffetti e presentandosi in scena in doppiopetto gessato e cappello a larghe falde, ispirandosi a Clark Gable e ai gangster americani come apparivano nei racconti “hard-boiled” di scrittori come Damon Runyon, uno degli autori preferiti da Chiosso.
La sua discografia, nonostante la brevità della sua carriera è numerosa. Nel 1956 incise numerosissime canzoni e in quello stesso anno escono i suoi primi 33 giri. Eppure non fu facile per lui trovare una casa discografica che accettasse di incidere quelle canzoni così trasgressive e inconsuete per l’epoca. Le sue prime incisioni risalgono al 1952, alcuni pezzi standard del repertorio jazz per l’etichetta “La Voce del Padrone” (oggi pressoché introvabili), ma nessuno si sentiva di dargli l’opportunità di incidere le “sue” canzoni.
Un aiuto decisivo arrivò dall’amico Gino Latilla, che aveva ottenuto un discreto successo con la canzone Tchumbala-bey scritta dal duo Chiosso-Buscaglione. Egli insistette tanto con il direttore della sua casa discografica, la Cetra, affinché lui gli lasciasse incidere le sue canzoni, al punto da anticipare di tasca sua le spese, e così nel 1955 vide la luce il primo singolo: un 78 giri che contiene due canzoni: Che bambola/Giacomino. L’idea piacque al pubblico e il singolo vendette circa 980.000 copie in assenza di qualsiasi battage pubblicitario, e così Buscaglione incoraggiato da questo inaspettato successo decise di incidere tante altre canzoni, e sempre grazie all’appoggio di Latilla partecipò ad alcune trasmissioni radiofoniche, che contribuirono notevolmente alla sua nascente popolarità.

Fred e Fatima


IL MATRIMONIO:
Nel 1949 a Lugano in un cabaret conosce un’artista maghrebina, Fatima Ben Embarek, meglio conosciuta con il nome d’arte di Fatima Robin’s, che si esibisce nello stesso locale come acrobata e contorsionista insieme al padre e alla sorella. Fred inizia a farle una corte serrata ma deve fare i conti con l’ostilità del padre della ragazza, e finisce per organizzare con lei una romantica fuga in una notte di neve, su una slitta trainata da un cavallo. I due si sposeranno nel 1953 in chiesa, dopo la conversione di lei al cattolicesimo, e lei inizierà con il marito una nuova carriera come cantante. Il loro rapporto sarà tenero ma a volte burrascoso, costellato di liti e riappacificazioni puntualmente scandite sulle pagine dei rotocalchi. Quasi sempre è la gelosia di Fatima a far scoccare la scintilla dell’ennesimo litigio. La coppia si separerà definitivamente nell’ottobre del 1959. Ma nel gennaio del 1960 i due si rivedono a Firenze, a causa di impegni artistici concomitanti (lui al “River Club”, lei allo “Chez Moi”), e Buscaglione si trattiene in città anche dopo la fine delle sue serate fiorentine. Girano voci di una riconciliazione tra i coniugi, alimentata dal fatto che Buscaglione promette di tornare nel capoluogo toscano per nuove esibizioni a febbraio, ma il destino non gliene darà il tempo.

IL SUCCESSO:
Alla fine degli anni cinquanta, Fred Buscaglione era uno degli uomini di spettacolo più richiesti, e non solo come cantante. Egli è dappertutto: nelle pubblicità, alla televisione e nei film, prima con brevi apparizioni canore, poi in ruoli autonomi incarnando quasi sempre la figura del simpatico spaccone.
La sua attività si fa sempre più frenetica: gira due o tre film contemporaneamente il mattino, registra spettacoli televisivi nel pomeriggio, incide dischi la sera e canta nei night la notte, spostandosi a bordo di una vistosa auto americana, una Ford Thunderbird rosa che lui chiama “Criminalmente bella“, come una delle sue canzoni. Ma il successo ha per lui anche conseguenze sgradevoli, dal momento che la moglie Fatima, forse gelosa del suo successo e dei pettegolezzi apparsi sui rotocalchi che lo dipingono come un conquistatore di belle donne, e che gli attribuiscono flirt con le attrici con cui recita (soprattutto Scilla Gabel e Anita Ekberg), finisce col separarsi da lui, che si trasferisce all’Hotel Rivoli di Roma.
Forse stanco del suo personaggio di “duro”, sul finire degli anni cinquanta Fred inizia a incidere canzoni melodiche talvolta scritte anche da altri autori come: Guarda che luna, Love in Portofino, Non partir (di Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi) e Al chiar di luna porto fortuna (scritta da Carlo Alberto Rossi).
Tre settimane prima della morte, in un’intervista al quotidiano Stampa Sera esprime l’intenzione di ritirarsi nel giro di due anni, affermando: “Prima che la gente mi volti le spalle, Fred il duro sparirà, ed io tornerò ad essere solo Ferdinando Buscaglione”.

Roma, via Salaria. Ore 6,15 del 3 febbraio 1960. La Ford Thunderbird di Fred Buscaglione dopo il fatale incidente


LA TRAGICA MORTE:
L’incidente mortale Buscaglione morì improvvisamente all’alba del 3 febbraio 1960 a 38 anni, in un incidente d’auto, mentre tornava al suo albergo dopo aver trascorso la notte esibendosi in un night della Capitale. La sua Ford Thunderbird color rosa, giunta all’incrocio fra via Paisiello e viale Rossini nel quartiere romano dei Parioli, si scontrò con un camion Lancia carico di porfido guidato dal ventiquattrenne Bruno Ferretti, che tentò di soccorrerlo insieme a un metronotte e a un passante. Fermarono un autobus dove caricarono il cantante, che giunse però troppo tardi all’ospedale.Fred Buscaglione 1959
Ai suoi funerali, svoltisi a Torino il successivo 5 febbraio, parteciparono decine di migliaia di persone, tra cui molte celebrità della musica e dello spettacolo ma anche tantissimi suoi ammiratori che vollero rendergli l’estremo saluto.

 

 

Discografia

Articolo tratto da  http://www.fredbuscaglione.altervista.org/

 

BarberShop: il cilindro.

Già  da un po’ di tempo abbiamo visto molti negozi di barbiere diventare oggetto di rivisitazione da parte dei proprietari che hanno provveduto a  cambiare il loro arredo in stile retrò.

E cosi dopo  il moltiplicarsi di barbe ritorna anche la moda di farsela curare  in un barbershop vintage.

 

Non è quindi  infrequente, nelle grandi città, vedere uno di quei cilindri rotanti di colore blu, bianco e rosso fuori dei negozi dei barbieri.

Li avete mai visti?

Probabilmente si.   E  allora vi siete mai chiesti perché  ci sono proprio questi cilindri fuori dai negozi dei barbieri? Certo da noi in Italia non sono molto comuni come negli USA o in Inghilterra dove poco tempo fa alcuni magazine inglesi  hanno pubblicato articoli sul perchè i pali dei barbieri rossi, bianchi e blu.

(AP Photo/The Pioneer Press, John Autey)

La storia di queste insegne dei barbieri viene tramandata a noi fin dal Medioevo.  

Molti barbieri all’epoca si occupavano oltre che di taglio di barbe e capelli anche di chirurgia.

Infatti molti di loro di occupavano di fare salassi, una pratica diffusa nell’antichità fino alla fine del diciannovesimo secolo, che consisteva nel prelevare considerevoli quantità di sangue da un paziente al fine di ridurre l’apporto di sangue nelle arterie di quest’ultimo.

In sostanza, fino alla nascita della chirurgia moderna, i barbieri erano considerati anche un po’ dei medici-chirurghi perché dovevano essere in grado di tagliare i capelli e di fare salassi, curare piccole feriteestrarre denti.

Ma veniamo al punto: cosa centrava il cilindro con tutto questo? Serviva proprio  a segnalare i servizi da “chirurgo” che il barbiere metteva a disposizione, e in particolar modo la pratica del salasso: il cilindro simboleggiava la staffa che i pazienti dovevano tenere in mano per rendere visibili i vasi sanguigni, il rosso richiamava il colore del sangue, il blu quello delle vene.

Sigfrido’s Barber Shop – NYC

Ovviamente oggi il cilindro dei barbieri rimane semplicemente un simbolo. La rotazione è stata introdotta solo nel secolo scorso, ed è una affare maledettamente serio, specialmente per gli americani, i quali hanno dei veri e propri ispettori per verificare che chi mette la speciale insegna sia effettivamente un barbiere.

La Scienza Vintage : Marie Curie

Il 7 novembre ricorrono i 150 anni dalla nascita di Marie Curie all’anagrafe  Maria Skłodowska, (Varsavia, 7 novembre 1867 – Passy, 4 luglio 1934), la celebre scienziata vincitrice di ben 2 Nobel per la fisica e la chimica.

Marie Curie fu la prima docente femmina a insegnare alla prestigiosa Università Sorbona di Parigi, con una cattedra in fisica generale; fu la prima, insiema a Pierre Curie (suo marito) a scoprire l’esistenza di due elementi, il radio e il polonio. Inventa la parola «radioattività»: l’unità di misura che rileva la radioattività degli elementi porta il suo nome (il curie, appunto).

Infatti, non a caso che la Giornata Mondiale della Fisica Medica sia celebrata in tutto il mondo il 7 novembre in suo onore.

 

Anche la scienza è vintage.  (da Il Post)

Il CERN di Ginevra ha pubblicato un’enorme quantità di fotografie d’archivio, e cerca aiuto su internet per ricostruire didascalie e informazioni su quello che mostrano

 

clicca sulla foto per vedere l’articolo completo e la gallery su Il Post

Wanda Jackson Queen of Rockabilly

“Some people like to rock… some people like to roll… but movin’ and a groovin’ gonna satisfy my soul. Let’s have a party!”

Happiest of birthdays to the amazing miss Wanda Jackson… our Queen of Rockabilly, First Lady of Rock’n’Roll and the most rockin’ great grandma around. Wanda will be shimmying and shaking to a sold out crowd tonight at the Cadillac Lounge in Toronto for her 80th birthday! Tickets still available for tomorrow night’s show! Here’s to 80 more, Queenie! 

Mondo cane – Mike Patton

Pochi giorni fa, riguardando la mia libreria dove tengo i cd, mi cade l’occhio su un disco del 2010.Lo metto subito nel lettore come se d’incanto fosse qualcosa di nuovo, di mai ascoltato.   Subito alla prima traccia trovo una versione de “Il cielo in una stanza” straniante e molto riuscita.

Poi arriva “Che notte!” del grandissimo Fred Buscaglione e “20 km al giorno” di Nicola Arigliano” che trasformano Mike Patton in un abilissimo crooner.

Già, Mike Patton, quello famoso per essere stato il leader dei Mr. Bungle, dei Faith No More e dei Fantômas, oltre ad aver collaborato con John Zorn e Marc Ribot per progetti sperimentali come Pranzo oltranzista, l’affresco musicale dedicato a Filippo Tommaso Marinetti e alla sua cucina futurista.

Faith No More

Mike Patton

Ma ritornando al nostro album, MONDO CANE è nato grazie a una collaborazione artistica con Roy Paci ed è uscito il 4 maggio 2010, a conclusione di circa due anni di tour con le canzoni del progetto e contiene, come avete già capito, cover di canzoni italiane degli anni ’50 e ’60. All’album partecipa l’orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, formata da circa 65 elementi, diretta da Aldo Sisillo. I musicisti che hanno suonato sull’album sono tutti italiani.

Patton aveva ascoltato queste canzoni mentre viveva a Bologna. Il cantante aveva adottato la città come seconda casa dopo aver sposato l’artista italiana Titi Zuccatosta ed inoltre aveva imparato a parlare un fluente italiano come dimostra la pronuncia sfoggiata nel disco.

Ad esempio “Scalinatella” di Murolo, è cantata in napoletano, ed ha richiesto a Patton di imparare le inflessioni e le pronunce corrette in quel dialetto. Fortunatamente il direttore dell’orchestra era nativo di Napoli e spesso lo correggeva fino a quando non è stato in grado di eseguirlo correttamente. Descrivendo questa collaborazione, Patton ha detto: “avevo molte grandi persone intorno a me, e non sarei stato in grado di fare nessuna di queste merde senza di loro”

Mondo cane è forse la definitiva esplosione di un fenomeno musicale che stava prendendo forma in Italia, un fenomeno che rielaborava vecchi brani melodici che solo in Italia sappiamo fare così bene.

Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini

Chiudiamo con la selezione di “Mondo cane” descritta da Rockol:

Si va da grandi classici come “Il cielo in una stanza” e “Senza fine” di Gino Paoli a piccole perle da crooner ironico (“Che notte!” di Fred Buscaglione e “20 km al giorno” di Nicola Arigliano), da classici della canzone napoletana (“Scalinatella” di Bonagura-Cioffi) a successi “minori” come “L’uomo che non sapeva amare” di Nico Fidenco. “Ore d’amore”, in effetti, non è una canzone italiana: è la versione, con testo italiano di Franco Migliacci, di “The world we knew” di Frank Sinatra, che è stata incisa da Fred Bongusto nel 1968. Le riscoperte curiose sono curiose davvero: “Ti offro da bere” è una canzone di Gianni Meccia che Gianni Morandi aveva incluso nel suo secondo album, “Ritratto di Gianni”, nel 1964; “Quello che conta” è una canzone con testo del regista Luciano Salce su musica di Ennio Morricone, che Luigi Tenco cantava nella colonna sonora del film “La cuccagna” (1962) del quale era anche interprete; “L’urlo negro” (1967) è un beat quasi punk dei Blackmen, gruppo italiano (romagnolo, per la precisione) del quale non si ricordano altri episodi degni di nota; mentre “Deep down”, di Ennio Morricone, è una canzone tratta dalla colonna sonora di “Diabolik”, mitico film di Mario Bava del 1968 (dove era cantata da Christy – di cognome Brancucci, assai più nota per aver cantato “Amore amore amore amore” di Sordi-Piccioni, nella colonna sonora del film “Fumo di Londra”).

 

Hollywood

Oggi 13 luglio ricorre il 90° anniversario (almeno sempre in questa data viene festeggiata la ricorrenza) dell’inaugurazione della famosa scritta “HOLLYWOOD” che campeggia sul Monte Lee a Los Angeles. Contrariamente a quanto si possa pensare la “Hollywood Sign”,  divenuta successivamente un simbolo della città e dell’industria del cinema, era stata ideata a scopi promozionali da una società immobiliare che pubblicizzava i nuovi quartieri in costruzione.

La scritta che era in origine Hollywoodland, fu illuminata da oltre 4000 lampadine colorate.

L’iniziativa promozionale è destinata a essere di durata limitata nel tempo (un anno e mezzo circa) ma con l’ascesa dell’industria cinematografica, essa inizia a diventare il simbolo della città e questo porta alla decisione di non smantellare l’installazione temporanea.

Le lettere, di colore bianco, sono larghe 9 metri e alte 15 metri ciascuna e la scritta nel suo complesso è lunga 110 metri.

Ora due curiosità: La prima riguarda “l’opera” di ignoti che nella notte tra il 31 dicembre 2016 e il 1 gennaio 2017 sostituirono le lettere “o” della famosa scritta con due “e” , formando la parola “weed”, che nello slang ha il significato di marijuana.

La seconda curiosità, ben più tragica riguarda il suicidio nel settembre del 1932, dell’attrice Peg Entwistle, che si arrampicò fino alla cima della lettera H e saltò nel vuoto, uccidendosi. L’attrice aveva 24 anni.

Moda Retrò Tiki

La parola “Tiki” ha origine in Oceania e si ispira alla cultura polinesiana. La cultura Tiki è stata importata dalla Polinesia alle Hawaii e ha avuto il suo periodo di massimo splendore tra gli anni ‘30 e i ‘60.

Questo mood Hawaii influenzò moltissimo gli Stati Uniti in quel periodo tanto che una buona parte della produzione musicale americana era hawaiana. Giusto per dare qualche numero si pensi che aprirono oltre 1200 scuole di ukulele negli Usa.

Fra i simboli più rappresentativi c’era appunto il Tiki, una rappresentazione stilizzata di corpo umano in forma di divinità.

 

Improvvisamente, la puritana società americana fu contagiata dal sogno esotico del paradiso delle Hawaii con le sue infinite notti d’estate, le ragazze che ballavano in gonne di paglia e ragazzi dalla pelle bronzata che effettuano acrobazie con torce di fuoco, le noci di cocco, il profumo delle ghirlande di fiori e le fresche brezze del Pacifico.

UNITED STATES – JULY 13: Water ski champions demonstrating their skills as they ride the wake of the waves without the use of a tow-line, at Cypress Gardens in California, on September 11, 1965. 

 

 

La cultura Tiki, quindi, si è sviluppata in diversi settori culturali americani: la moda sicuramente, ma anche la produzione di musica, danza, cinema e persino decorazione d’interni. E ‘importante per ricordare che ancora oggi è un punto di riferimento per il suo carattere esotico e multiculturale.

 

Fin dalla fine della seconda guerra mondiale negli anni ’40, le camicie hawaiane, i vestiti sarong e i fiori tropicali hanno raggiunto una grande popolarità. Dalla seconda metà degli anni ‘40, nei ‘50 e fino alla prima metà dei ’60 si organizzavano “Tiki parties” feste con bevande tropicali con piccoli ombrellini rosa e l’immancabile Exotic hawaian music. Nelle case private, nei ristoranti e nelle sale da ballo si sono tenuti balli a tema tropicale con musicisti in stile hawaiian lounge music. Per l’occasione le ragazze indossavano abiti tropicali stampati chiamati abiti tiki. Negli USA molte persone furono ispirate dallo stile hawaiano dopo il bombardamento del porto di Pearl Harbour che ha messo sotto i riflettori mondiali questo stile.

 

Gli abiti femminili avevano due forme principali. Gonne a cerchio pieno – vale a dire i vestiti da swing degli anni ’50 e i “pencil dresses”, abiti molto ristretti associati alle Pin up, un modello di ragazza che è molto popolare oggi. L’unica differenza tra gli abiti degli anni ’50 e lo stile hawaiano è il materiale e il colore. 

I tessuti stampati tropicali sono stati utilizzati per fare abiti a forma di cerchio e di matita. 

L’abito in stile sarong è uno stile che è stato realizzato quasi esclusivamente con tessuti tropicali. I colori sono brillanti rosa, verdi e blue tutti adatti per una festa a bordo piscina estiva.

Con la popolarità del revival della moda degli anni ’50 ci sono oggi molte scelte di abbigliamento di riproduzione vintage. 

Se magari decidi  di  venire  al  nostro  festival A Bouche Bée  posso consigliarti di guardare su siti come Etsy per il tuo abbigliamento o altri prodotti a tema 

 

 

  

Per quanto riguarda gli uomini, una camicia hawaiana e un paio di pantaloni kaki sono tutto ciò che serve per un look lounge del 1950.

Se sei un appassionato degli anni ‘50 ’60 tutto quello di cui hai bisogno è un taglio stretto per i pantaloni, con risvolto se indossi i jeans, o una cravatta sottile e un cappello fedora con camicia bianca alla francese. 

Qui su Etsy  molte camice hawaiane da uomo.

Ascolta la hawaiian music

Various Artists – Cafe Hawaii – 50 Original 

Exotica è un album del 1957 di Martin Denny inventore del genere exotica: stile musicale strumentale che combina fra loro lounge, jazz leggero e riferimenti a varie musiche provenienti da più parti del mondo quali quella hawaiana, quella latinoamericana e quella polinesiana.

Sol K. Bright & His Hollywaiians (1934)

 

Burlesque

Il Burlesque è un genere di spettacolo satirico parodistico che nasce nel 1700 e si sviluppa nella seconda metà dell’Ottocento nell’Inghilterra vittoriana.  Un’imitazione fumettistica o grottesca del varietà, con elementi sensuali ed ironici, per divertire le classe più povere.                                                            

Il burlesque implica un’esagerazione ridicola, la derisione di un soggetto serio con una forte componente frivola.                                                                                                                                

Nel XIX secolo il teatro burlesque perde la sua originaria funzione di critica del costume per diventare più leggero, più comico, non più caratterizzato dalla satira sociale.                                                            

È questo il periodo d’oro del burlesque che va dalla fine dell’Ottocento alla prima guerra mondiale, mentre nei successivi anni si trasformerà in uno spettacolo sempre più imperniato di strip-tease ed esibizioni di nudi scenici.                                                                                                                        

Negli anni ’90 del secolo appena trascorso si attesta il cosiddetto “New-burlesque”.                               

La moda vintage insieme al Dark Cabaret sono le cause di questa rinascita.                                           

Vi ricordate come Madonna, Christina Aguilera e Gwen Stefani si facevano le portavoci a livello planetario della nuova moda?                                                                                                                   

Ma le vere reines di questa nuova onda sono Immodesty Blaze, Dirty Martini, Julie Atlas Muz, Pontani Sisters, Catherine D’lish e Dita Von Teese.                                                                                              

Con questa rinascita non si è recuperato l’originale dimensione inglese di satira sociale, ma almeno ha riacquistato quel buon gusto che effetivamente si era perduto agli inizi del ‘900.                                       

Il cinema ha reso omaggio al genere con film blasonati come Burlesque del 2010 con Cher e la Aguilera ma mi sento di consigliare un altro film sempre del 2010 meno conosciuto ma più verace.                      

Si tratta di un film di produzione francese intitolato Tournée e diretto da Mathieu Amalric.                  

La pellicola è una via di mezzo, molto equilibrata tra la fiction e il docufilm ed è riuscitissimo anche grazie al fatto che il regista (in lizza anche al Festival di Cannes per la miglior regia) abbia voluto inserire nel cast alcune delle star del genere come Mimi Le MeauxKitten on the Keys, Evie Lovelle e Roky Roulette, oltre alle già citate Dirty Martini e Julie Atlas Muz che impersonano se stesse.

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